Musica in Reparto

In collaborazione con l’Associazione Amici del San Matteo

Due sfide caratterizzano la medicina moderna. La prima è quella di perseguire con la massima efficacia le potenzialità offerte dalla tecnologia medica per una medicina personalizzata che sappia usare i presidi diagnostici e terapeutici in modo calibrato secondo le caratteristiche bio-molecolari dell’individuo. La seconda è quella di soddisfare pienamente la domanda di una medicina rivolta non solo alla malattia ma all’ammalato come persona considerata nella sua complessità culturale, situazionale, esistenziale e relazionale.

La prima sfida nasce dal progresso tecnologico (medicina molecolare) ed ha come campi di intervento la distinzione diagnostica (new generation sequency), le nuove metodologie di sperimentazione clinica (i nuovi disegni dei trials clinici) e i nuovi farmaci (un farmaco per ogni profilo genomico). La seconda nasce dalla domanda del paziente che nella sua singolarità non chiede solo un rimedio alla malattia, ma anche attenzione, e conforto.

Vari sono i motivi per cui queste sfide sono considerate contrastanti in una prospettiva di complessità che nasce dalla necessità di coniugare diversi paradigmi e diversi oggetti di sapere. Uno sguardo più fertile dal punto di vista della medicina come conoscenza e come relazione, tuttavia, individua nella complessità un momento di riflessione e di analisi critica in vista della riformulazione di paradigmi e schemi di comprensione. Il paradigma della complessità, secondo questa visione, si trasfigura nel paradigma della “cura”. La più ampia definizione in ambito filosofico definisce la cura “un’attività che include tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro mondo cosi da poterci vivere nel modo migliore possibile. Quel mondo include i nostri corpi, noi stessi e il nostro ambiente, tutto ciò che cerchiamo di intrecciare in una rete complessa a sostegno della vita. ”

Stabilire una relazione di cura fa della medicina una scienza umana, perché nella cura l’azione terapeutica è intrecciata alla comprensione, cioè alla ricostruzione relazionale, mediata dalla parola e dalla durata temporale, del senso del problema del malato.

In questa visione, diventano rilevanti gli approcci concettuali e operativi messi in atto dal sapere medico e indirizzati a risolvere l’incontro medico. Quello che caratterizza la cura è la sua forma necessariamente dipendente dal contesto. Se pensiamo alla cura in Ospedale, ad esempio, risulta immediato l’emergere della parola chiave dell’ “accoglienza”. Nell’interno dell’Ospedale il tempo della cura non è il tempo cronologico, oggettivo e impersonale, ma ha a che fare col senso della malattia per il malato. Lo spazio geografico è lo spazio nell’Ospedale ma è anche uno spazio sociale: la morfologia dei luoghi, la tecnologia che vi predomina, il flusso informativo che vi avviene. In queste dimensioni di cura l’ammalato deve essere reso consapevole e partecipe del rapporto relazionale e dei bisogni che empaticamente hanno sia lui come paziente che il medico che lo cura. Ne consegue che il malato deve essere messo nelle condizioni di comprendere l’avvenimento, esprimere le proprie emozioni, ricevere attenzione, prendere le decisioni che lo riguardano.

Accanto agli strumenti di cura propri della medicina (la gestione dell’incertezza, la decisione condivisa, la considerazione delle preferenze, l’allineamento del tempo…) sono stati introdotti strumenti che normalmente non hanno spazio fisico e temporale nei luoghi della cura. In questi tempi il paziente deve essere in grado di recuperare un senso di vita normale pur in un contesto necessariamente diverso da quello della sua vita fuori dall’ospedale.

La musica è entrata fra gli strumenti operativi che servono per rinsaldare e creare la relazione di cura. Questa inclusione è basata sul presupposto che la capacità di percepire, produrre e apprezzare la musica è considerata un tratto universale presente in tutte le culture nel corso della storia e con noi per tutta la vita, dalla prima infanzia alla vecchiaia. Per il cervello umano, la musica si colloca senza dubbio tra le esperienze sensoriali, motorie, cognitive ed emotive più potenti e diversificate. Il linguaggio musicale da sempre mezzo espressivo efficace per trasmettere concetti non sempre esprimibili razionalmente, è mezzo per comunicare carico di suggestioni, in grado di trasmettere simboli e metafore, di fare intuire ciò che non è visibile, ciò che giace nel profondo.

Nel momento della fondazione dell’Associazione Amici del San Matteo, abbiamo posto “la medicina che cambia” come premessa e giustificazione. Nello sforzo di tracciare un percorso di meditazione “filosofica” della medicina che cambia, ci siamo interrogati sugli strumenti operativi dell’accoglienza. In questo progetto intendiamo portare la musica in reparto non come forma di terapia, ma come forma di accoglienza e quindi di cura della relazione, o meglio, di cura di tutte le situazioni di relazione in cui il malato viene a trovarsi in una situazione complessa come l’Ospedale. In altre parole vogliamo sperimentare uno strumento che ci sembra assuma in sé le caratteristiche utili di entrare per modificare la percezione dell’ammalato dello spazio sociale dell’Ospedale e del tempo della malattia. Il progetto viene rivolto primariamente al soggetto ammalato, ma nella considerazione che il paziente vive la malattia incluso in una relazione di cura che comprende soggetti sanitari e una comunità di persone che entrano nella cura della malattia. Il progetto quindi è rivolto all’intera comunità che partecipa alla cura.